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Coaching

SOS TATA COACH: La vita è troppo breve per essere infelici al lavoro

Nella rubrica storie e racconti presentata nello scorso articolo ci siamo posti delle domande e ci siamo dati anche alcune risposte.

Poi siamo passati a raccontare “storie” e in questo articolo ci accompagnerà la seconda storia del manager Lumpolo alle prese con il suo il suo direttore di stabilimento Lusoggio e il suo team di responsabili Marryone, Marrytwo, Marrytre, Marryfour, i 4 della Lumpolo & Co.

I 4 nomi dei responsabili sono di fantasia ma – poiché per una mera casualità iniziano tutti per “m” li abbiam chiamati tutti Marry.

La storia è talmente vera che ne scoprirete delle belle e soprattutto vivrete, in prima persona, le casistiche personali e comportamentali delle aziende, portate dai personaggi del team e calati nella vita reale.

Nell’altra puntata eravamo arrivati a Lusoggio che chiede le dimissioni, il direttore di stabilimento decide di tornarsene a Milano e cadono fulmini e saette sul manager Lumpolo. Cominciamo subito con le sessioni one to one per capire se ce la si poteva fare senza il direttore. Sono le 15,00 di un meraviglioso pomeriggio di febbraio, il mare all’orizzonte e una giornata tiepida e solare, che non sembrava affatto inverno. Arriva il primo responsabile Marryone, mi guarda con aria complice, quasi a dirmi: “hai visto cosa è successo?”

E io, senza che lui dica neanche una parola: “Ricordi Marryone? Il coach non dà soluzioni, ma conduce alla consapevolezza. Se vogliamo iniziare posso farti alcune domande?” E qui mi fermo perché è necessario descrivere Marryone, il coordinatore di stabilimento. Lui è del Nord, di Milano e si trova catapultato nella piccola realtà del Sud, proteggendo a denti stretti il suo lavoro, con impegno e senso del dovere alle stelle. Non mangia il panino neanche nella pausa pranzo perché ha sempre il fiato sul collo, a volte salta il pranzo, alle volte lo mangia davanti al pc. Deve fare tutto, tutto deve passare da lui e non ama delegare. Dice sempre: “Se lo faccio io, lo faccio prima e lo faccio meglio”

E la mia domanda è sempre la stessa:”Marryone, per quanto tempo può durare?”

E la sua risposta: “Vabbè, finché dura va bene così!”

Iniziamo la sessione:

“Marryone, come si vive la mancanza di Lusoggio?”

“Che dire? In effetti tutto continua come prima tranne i disegni tecnici, che sono stati commissionati in esterna, ma per il resto non è cambiato niente” dice lui con accento marcatamente milanese, stringendo le spalle ad ogni risposta e con un sorriso tra il rassegnato e il “lo avevo detto io”.

“Quindi, cosa pensi si possa fare oppure come pensi di procedere, dato che sei tu il più anziano e colui che conosce perfettamente anche il lavoro di Lusoggio?”

“Che dire? Continuare tutto così, distribuendo alcuni compiti di Lusoggio a Marrytwo dell’amministrazione e il resto ai responsabili Marrythree e Marryfour e – solo in parte a Marryfive, (che ancora presento perché lui ha una serie di problematiche che vorrei dedicargli un racconto a parte. Lui o punta il dito verso gli altri, o cerca scuse, o si difende ☹)

Il non verbale di Marryone mi dice che non è preoccupato, quello che dice è una strategia condivisa in parte anche dal management, quindi ok, passo a Marrytwo dell’amministrazione.

“Marrytwo, in che modo pensi si possa procedere senza Lusoggio?”

“Che dire? Già si sente il maggior carico di lavoro, il tempo non basta mai, e devo riorganizzare un po’ tutto”

“Ok quindi Lusoggio aveva un ruolo strategico che tu non ti senti di supportare, oppure spiegami meglio, aiutami a capire quali soluzioni!”

“Marrytwo mi guarda e dice: ” No, no va bene, ce la faccio, il punto è che vorrei mi fosse riconosciuto il maggior carico di lavoro, di impegno e di responsabilità”

“Bene, hai dichiarato i tuoi bisogni, sei entrato in contatto profondo con te e ora non ti resta che riportare questo al capo, a parlarne con Lumpolo”

“No, no per ora lascio stare. Tanto che non si sa, non si vede quello che faccio in più?”

Analizziamo il comportamento e la sua struttura interna.

L’ atteggiamento è quello di chi non vuole dichiarare i propri bisogni, di chi ha un comportamento riservato ma “cova” infelicità, demotivazione, perde amore verso quello che fa e aspetta che qualcosa accade.

Vorrei soffermarmi su questo personaggio, Marrytwo che lavora in silenzio ed è convinto che nessuno si accorge di lui.

Questo è un atteggiamento molto diffuso in molte aziende e quasi tutti i team hanno una figura che ripete questo comportamento.

Qui si tratta di mancanza di assertività.

Altra parentesi: cos’è l’assertività?

Da http://www.aforismario.net/2016/08/frasi-assertivita.html

L’assertività si può definire come la capacità, o la competenza sociale, di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e le proprie opinioni senza timori o, all’opposto, senza aggressività.
Secondo gli psicologi Robert E. Alberti e Michael L. Emmons, l’assertività è “un comportamento che permette a una persona di agire nel suo pieno interesse, di difendere il suo punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i suoi diritti senza ignorare quelli altrui”. […] “Come ti comporti quando vuoi chiudere una telefonata importuna? Cosa fai se un collega ti sminuisce davanti a tutti? Che reazione hai con il vicino di casa che ascolta musica ad alto volume fino a tarda notte? Questi sono solo esempi di situazioni in cui abbiamo bisogno di trovare un modo di reagire appropriato: c’è chi non dice niente e si ritrova con una gran rabbia dentro e c’è invece chi aggredisce l’altro per punirlo e per riconquistare una posizione di forza. L’assertività, invece, è la terza via, quella che consente di farsi rispettare, di dire quello che si pensa, senza mai prevaricare l’altro. La pratica dell’assertività, infatti, rende i rapporti umani più equi e giusti”. [Essere assertivi. Come imparare a farsi rispettare senza prevaricare gli altri, Il Sole 24 Ore, 2003].
Secondo un’altra definizione di Aldo Galeazzi e Giuseppe Porzionato: “L’assertività è la capacità individuale di riconoscere le proprie esigenze (o i propri diritti) e di esprimerle con efficacia nel proprio ambiente, mantenendo, nel contempo, una positiva relazione con gli altri; oppure come la legittima e onesta espressione dei propri diritti; sentimenti; convincimenti e interessi, evitando la violazione o la negazione dei diritti degli altri. [Oltre la maschera. Introduzione allo studio della personalità, Carocci, 1998].
Infine, Edoardo Giusti e Alberta Testi scrivono: “Il termine “assertività” proviene dal latino asserere, in italiano “asserire”. Quando una persona asserisce qualcosa, la afferma con convinzione e tenacia, pienamente convinta di ciò che sostiene. Questo è lo spirito che caratterizza il comportamento assertivo: la convinzione delle proprie opinioni e la mancanza di remore ad esprimerle, con la completa assunzione della responsabilità di quel comportamento e di quella affermazione”. [L’assertività, Sovera Multimedia, 2006].

Cosa ci impedisce di dichiarare i nostri bisogni agli altri e fare in modo di negoziare accordi per il nostro benessere, la nostra felicità?

Gli anglosassoni direbbero “Life is too short to be unhappy at work” La vita è troppo breve per essere infelici al lavoro! Vero. Anche perché sul posto di lavoro ci passiamo la maggior parte della nostra vita da adulto.

Quanti di voi si rivedono in questo comportamento?

Non sarebbe più facile dire a Lumpolo: “Capo, lei sa quanto io ami il mio lavoro (dichiaro una sensazione, una emozione, condivido un mio pensiero) e quanto sto bene in azienda, In questi anni ho imparato tanto e penso di fare il mio lavoro con professionalità e impegno, è d’accordo con me? Da quando Lusoggio non è più in azienda, mi trovo quotidianamente a svolgere tutte le sue mansioni di amministrazione. Posso chiederle di riconoscermi l’impegno? (dichiarazione degli obiettivi) Grazie.

Marrytwo si dovrebbe fare una serie di domande e chiedersi per quanto tempo potrà durare questo suo stato di insoddisfazione? Non sarebbe più utile dichiarare i propri desideri e vivere felice al lavoro, piuttosto che aspettare che le sue attese vengano lette e interpretate?

Uno spunto per riflettere se valga la pena essere infelici al lavoro.

Nel prossimo articolo torneremo a parlare di Marryone, colui che non delega mai, che instancabile e indefesso si ostina a sacrificare il suo tempo in azienda e non riesce a condividere oneri e onori.

Scopriremo cosa accade a chi non ha la capacità di delegare, perché lo fa, da dove nasce questo atteggiamento e cosa ha come conseguenza questo comportamento.

Alla prossima storia della rubrica SOS tata coach 😊

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Tiziana Iozzi

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Connettere con le parole e le emozioni fuori e dentro il web è la mia mission. Da 27 anni nella formazione manageriale e nel coaching aziendale. La comunicazione efficace e le strategie linguistiche on line e off line sono il focus dell'attità del blog. La Comunicazione efficace, il Web Content, il web per gli IMBRAnati e il Branding Management sono gli argomenti che mi sono più a cuore e approfondirò nel sito.

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